Musicoterapia relazionale

La musica dà la possibilità di esprimere e percepire emozioni, sentimenti e stati d'animo.

15:06

La Musicoterapia relazionale

Pubblicato da Roberto

Il termine MUSICOTERAPIA è composto da due elementi: musica e terapia. La musica dà la possibilità di esprimere e percepire emozioni, sentimenti e stati d'animo; la terapia conduce al concetto di relazione tra due persone, di cui una è bisognosa di aiuto e l'altra cerca di fornire aiuto. K.Jasper affermava: "La terapia medica poggia su due pilastri: la conoscienza scientifica e l'umanità". La musicoterapia non è una terapia medica, ma poggia sulla conoscenza scientifica; l'umanità è fondamentale, visto che viene utilizzata per aiutare un essere umano. Esistono diverse definizioni di musicoterapia: alcune evidenziano l'importanza degli elementi sonori e musicali, altre mettono in primo piano il rapporto con il paziente. Vi sono altri modelli intermedi che, pur considerando fondamentale la relazione terapeuta-paziente, non tralasciano l’importanza del linguaggio musicale e delle sue componenti ritmiche, melodiche e armoniche. La World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) ha dato nel 1996 la seguente definizione:
"La musicoterapia è l'uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l'apprendimento, la motricità, l'espressione, l'organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.
La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell'individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l'integrazione intra e interpersonale e conseguenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico."
L’utilizzo della musica come terapia si può far risalire al 1500 A.C. Nel Libro III della "Repubblica" di Platone, ad esempio, venivano descritti gli effetti dei diversi modi (dorico, frigio, lidio, misolidio, eolio, locriano e ionico) sull'animo umano; nell'Italia meridionale del Medioevo la musica e la danza, nella fattispecie la tarantella, venivano impiegate per combattere il delirio indotto dal morso, reale o immaginario, della tarandola. L’utilizzo consapevole del suono nella relazione di aiuto si deve datare intorno al 1950, quando viene fondata negli Stati Uniti la prima associazione di musicoterapia, la NAMT (The National Association of Music Therapy), dopo che nell'Università del Kansas era stata utilizzata la musica a fini di riabilitazione per i reduci della 2° Guerra Mondiale.
In Europa, i primi sviluppi si ebbero nel 1958, in Gran Bretagna, con Juliette Alvin. In Italia, per lungo tempo, l'unico punto di riferimento è stato il corso quadriennale della Cittadella di Assisi; oggi, in diverse regioni le Associazioni di professionisti del settore si occupano di formazione. In Sicilia già da anni è stato avviato il corso triennale di Musicoterapia ad Indirizzo Relazionale, organizzato a Catania dall'A.M.P.S (Associazione Musicoterapeuti Professionisti Siciliani - Operatori di Artiterapia).
Gli ambiti applicativi della musicoterapia sono: preventivo, educativo, socio-riabilitativo, terapeutico; l’utenza può essere costituita dal soggetto normale o affetto da handicap fisico o mentale, da deficit sensoriale, da disturbi della comunicazione, da demenza senile, dal morbo di Alzheimer, malato di AIDS, tossicodipendente, autistico, schizofrenico. Il setting, individuale o di gruppo, può accogliere sia adulti che bambini. L’operatore può operare in ambito privato, scolastico, istituzionale, medico e comunitario.
Il dialogo e la comunicazione vengono avviati da un mediatore sonoro, che permette all’individuo di manifestarsi, di esprimersi ed essere accettato e integrato nel gruppo.Lo scopo fondamentale della musicoterapia è quello di cercare di dare al paziente una qualità migliore della vita, utilizzando, accanto al linguaggio verbale, un canale comunicativo alternativo.
In questo contributo verrà approfondito il M.D.T. (Metodo Dinamico Trandisciplinare) ad indirizzo relazionale, elaborato dal Prof. Loredano Matteo Lorenzetti.

08:44

L'ascolto

Pubblicato da Roberto

Dio ci ha dotato di due orecchie e di una bocca. Probabilmente voleva che ascoltassimo di più e parlassimo di meno”.
Per comprendere il concetto di ascolto è necessario distinguere tra sentire e ascoltare: il sentire riguarda la sfera sensoriale ed è un processo passivo che attiene alla percezione dei suoni; l’ascoltare si riferisce a un processo psicologico mediante il quale i suoni (parole, musica ecc.) sono convertiti in concetti, sentimenti, o altro. L’ascolto ci consente di selezionare, grazie agli stimoli acustici, quelle informazioni che, in qualche misura, destano la nostra attenzione e il nostro interesse. L’ascoltatore deve saper entrare in sintonia con l’altro, cercando di mettersi nei suoi panni, di cogliere la trama dei suoi sentimenti. Chi ascolta deve essere aperto e disponibile, non solo nei confronti dell’altro ma anche verso se stesso. Occorre saper ascoltare le proprie reazioni, essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista, accettare le difficoltà nel capire. L’ascolto attivo permette di mettere in comunicazione il proprio mondo interno con quello dell’altro, di comprendere le sue modalità comunicative e di meglio indirizzare le proprie.

Possiamo così sintetizzare i principi fondamentali che caratterizzano l’ascolto attivo:

Evitare di giudicare: fare a meno di attribuire all’altro etichette o di inserire quanto egli dice in predeterminate categorie di senso.
Osservare e mettersi in ascolto: cercare di raccogliere quante più informazioni possibili sulla situazione del paziente, ricordando che il silenzio aiuta a capire e che il vero ascolto riguarda qualcosa che non è definito in partenza, in quanto rinuncia al sapere già acquisito.
Essere empatici: condividere un’esperienza cercando di mettersi nei panni dell’altro, di cogliere il suo punto di vista, di accogliere le sue proiezioni.

Trovare il luogo e il momento adatto: cercare sempre di mettere l’altro a proprio agio.

1.1 L’ascolto empatico

L'ascolto è fra le prime tecniche che sono utilizzate per avviare la relazione terapeutica, indipendentemente dal metodo scelto. Offrire all'altro una totale attenzione, evitando commenti o giudizi, crea uno spazio in cui il paziente può esprimersi liberamente, comunicando il suo vissuto. Ascolto è prestare attenzione ai messaggi verbali e non verbali, ai sentimenti e ai pensieri espressi o non espressi, a ciò che l’altro dice, al modo in cui lo dice e al contesto.
A volte fin da bambini si cerca di nascondere il proprio mondo “per proteggersi dall’essere incompresi, umiliati o maltrattati”. L’ascolto di cui l’operatore deve essere capace è un modo silenzioso di far sentire a chi ci sta davanti che "va bene così”, è un ascolto sincero, partecipato, non un ascolto tecnico, trincerato dietro l'obiettivo di tracciare una diagnosi o di risolvere, nell'immediatezza, il problema esposto. All’operatore si richiede di essere capace di aprirsi all’altro, mettendo a tacere pregiudizi, timori, aspettative, problemi personali.
Questo ascolto, che possiamo definire empatico, stimola il processo di crescita: sentendosi accolto, accettato, compreso, l’altro può ricominciare ad avere fiducia in se stesso, può acquisire consapevolezza del problema che lo opprime e riuscire a convivere con esso.

1.2 L’ascolto musicale

Spesso si afferma che una musica parla delle emozioni più profonde dell’autore, essendo un’emanazione dei suoi stati d’animo. C’è chi sostiene, invece, che la musica esprima se stessa: l’artista, cioè, genererebbe un’opera che vive di vita propria. Secondo questo punto di vista, la quinta sinfonia di Beethoven, ad esempio, pur risentendo della personalità dell’autore acquisirebbe una propria autonomia.
L’autore, quindi, da un lato è il creatore dell’opera, dall’altro si pone al suo servizio.

Ma la musica è solo questo? E l’ascolto è semplicemente la percezione degli stati d’animo che l’autore ha riposto nei suoni e nella musica? L’ascolto di un’opera musicale non riguarda solo la semplice ricezione passiva di ciò che l’opera esprime, sia per l’intenzione dell’autore sia per se stessa. Vi è un’attività da parte dello spettatore che lo porta da un lato a interagire con l’opera e con le intenzioni dell’autore, dall’altro a fare emergere emozioni e sentimenti che non appartengono né all’opera né all’autore. Così, i significati che la quinta sinfonia di Beethoven esprime derivano dal rapporto che di volta in volta si instaura tra l’autore, l’opera e i desideri del fruitore che sono risvegliati proprio dall’ascolto di quell’opera.

All’epoca di Beethoven si poteva percepire nell’opera qualcosa di diverso da ciò che è possibile percepire ai giorni nostri. E non solo: ciascuno degli ascoltatori appartenenti alla stessa epoca storica possono percepire qualcosa di diverso nella medesima opera: gioia, forza, rabbia etc. Beethoven stesso, inoltre, potrebbe aver inteso il brano in modo completamente diverso. Lo stesso fenomeno musicale potrebbe avere tante interpretazioni quanti sono gli ascoltatori e una stessa opera diventare il luogo di incontro di una molteplicità di sensi ed emozioni.
Chi ascolta non è solo una corda che vibra passivamente in sintonia con i suoni, è qualcosa di più. Questo “di più” è racchiuso nella sua storia, nel suo vissuto, nella sua lingua, nel suo contesto culturale, nelle sue fantasie, nei suoi desideri. L’ascoltatore è la proiezione del suo mondo, fatto di significati e stati d’animo. Il senso espressivo che un brano irradia si coniuga con il mondo interno di chi ascolta, il quale si sente avvolto e coinvolto così intensamente da entrare in una sorta di sintonia. Possiamo affermare non solo che la musica esiste grazie al compositore e a qualcuno che si dispone al suo ascolto, ma anche che il senso espressivo che da essa scaturisce deriva dall’incontro, dal dialogo che si instaura con il mondo interno dell’ascoltatore.

1.3 L’ascolto terapeutico

L’uso della musica a scopo terapeutico è antichissimo.
Fin dalla preistoria molte culture ricorrevano alla musica per favorire il benessere dell’uomo e per raggiungere una giusta armonia con l’ambiente. Gli specialisti del settore erano gli ”sciamani”, uomini di medicina che conoscevano i segreti del suono, del canto e della musica.

In questi ultimi decenni la ricerca scientifica europea e americana ha rivalutato l’importanza del suono per l’influenza che esercita, soprattutto sul piano psicofisico.

L’utilizzo della musica a tale scopo richiede la conoscenza di una tecnica, di un’arte che, nell’antichità, quando i rumori e i suoni erano quelli della natura, si possedeva naturalmente. Oggi siamo immersi nei rumori, in casa e fuori: il frastuono incessante produce un clamore interno, un’agitazione che crea sempre più difficoltà a distinguere e selezionare voci, suoni, rumori. È necessario re-imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi nei nuovi contesti. Noi captiamo i suoni non soltanto attraverso l’organo dell’udito ma anche grazie ai recettori sparsi ovunque sul nostro corpo, che agisce come uno strumento musicale e come tale riesce a risuonare e a trasmettere tramite vibrazioni e suoni propri. Esso riceve la musica, la trasforma in emozione e risponde con una propria musica.

E’ necessario che l’ascoltatore sappia identificarsi, ma senza confondersi, deve essere capace di riappropriarsi delle proprie emozioni che lo rendono coautore dell’evento musicale.